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“Mi serve un manager che mi trovi serate”: perché la domanda è giusta… ma spesso posta nel momento sba

2026-02-09 09:25

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“Mi serve un manager che mi trovi serate”: perché la domanda è giusta… ma spesso posta nel momento sbagliato

Il manager non è un “trova-date”: è un partner strategico. Identità, numeri e visione: cosa serve davvero per farsi seguire

Nel mondo dei DJ (e degli artisti in generale) c’è una frase che torna ciclicamente, quasi come un refrain: “Sto cercando un manager che mi trovi serate, conosci qualcuno?”

È comprensibile: quando senti di avere un buon sound, una direzione chiara e magari anche un seguito che cresce, l’idea di “saltare di livello” grazie a un manager sembra la scorciatoia più logica.

Ma la realtà è più interessante (e più esigente): il manager non è un “trova-date”, è un partner strategico. E spesso arriva quando il progetto è pronto: quando ci sono talento, credibilità, numeri leggibili e un potenziale reale da trasformare in carriera.

 

 

Il manager non è un facilitatore di sogni: è un socio di percorso

 

Ridurre il management a una figura che “ti piazza in giro” è uno degli errori più comuni. In un progetto artistico serio, la relazione con il manager assomiglia molto a un sodalizio: dura anni, si costruisce nel tempo, mette ordine nelle scelte e crea una direzione solida.

 

Un manager lavora su più livelli contemporaneamente:

- relazioni e networking (chi ti ascolta, chi ti supporta, chi ti apre porte vere);

- strategia e posizionamento (chi sei, come vieni percepito, cosa ti rende diverso);

- pianificazione finanziaria (cachet, investimenti, costi, sostenibilità);

- comunicazione e immagine (storytelling, press, social, contenuti);

- cura artistica (sound, stile, coerenza, evoluzione);

- booking (che non è “trovare date”, ma scegliere date giuste).

 

In pratica: il booking è spesso il risultato finale di un lavoro fatto bene prima.

 

 

Il “fattore identità”: il vero criterio con cui un manager sceglie un artista

 

Quando un team come Wonder Manage (realtà italiana attiva su management, booking e publishing) decide di investire su un artista, non lo fa solo perché “è bravo”. Il punto chiave è diventare riconoscibili.

Il valore massimo, lato management, è arrivare a un livello in cui qualcuno possa dire:
“Questa traccia la riconoscerei tra mille.”
Quella è identità. Quello è brand. Quello è ciò che rende “vendibile” un artista senza renderlo “commerciale” nel senso banale del termine.

E qui arriva la parte che molti sottovalutano: l’unicità non si costruisce in una notte. Spesso non basta un singolo brano, serve continuità, un linguaggio, una firma sonora.

 

 

I numeri contano, ma non come pensi

 

Sì, i numeri contano. E no, non è solo vanity (like, view, follower). Nel lavoro manageriale i numeri diventano una griglia di decisione: ti dicono cosa converte, cosa funziona, cosa sta creando valore reale.

E “numeri” non vuol dire solo social: significa anche streaming, salvataggi, retention dei contenuti, risposta del pubblico live, mailing list, performance delle campagne, richieste da promoter e venue.

La differenza la fa la capacità di leggerli con lucidità: i dati servono a capire quantità, ma soprattutto qualità. Perché un artista può fare numeri alti e non trasformarli in carriera, oppure avere numeri più piccoli ma estremamente “caldi” e scalabili.

 

 

Management e booking: semina e raccolto

 

C’è un’immagine molto efficace per capire come lavora un manager: semina e raccolto.

La semina è la parte invisibile: definire stile, sound, direzione, storytelling. Capire quali scelte artistiche ti rendono attuale senza snaturarti.

Il raccolto è il booking: trasformare tutto quel lavoro in date, tour, cachet, occasioni vere.

 

Quando il raccolto arriva prima della semina, succede spesso questo:

- date sbagliate per il target,

- cachet incoerente,

- aspettative non sostenibili,

- pubblico disallineato,

- progetto che si brucia presto.

Quando invece la semina è fatta bene, il booking diventa naturale: perché l’artista è chiaro, posizionato, riconoscibile.

 

 

Talenti scoperti dal vivo o dai social? Oggi vince chi è contemporaneo

 

Oggi lo scouting non è più “o questo o quello”. Puoi scoprire un artista:

- dal vivo, perché sul palco/console c’è un’energia non replicabile;

- online, perché i social possono amplificare segnali forti (se il progetto è autentico e ben costruito).

 

Il punto non è il canale: è la sostanza. E soprattutto la continuità. Un video virale può essere un’onda, ma una carriera si costruisce quando quella spinta viene trasformata in percorso.

 

 

Caso studio: quando un progetto diventa globale

 

Negli anni, Tony Ciotola e il team Wonder Manage si sono distinti per il fiuto nello scouting e nella costruzione di percorsi. Tra i casi più noti c’è Jimmy Sax, artista francese diventato un nome globale anche grazie a un lavoro strutturato di management e sviluppo.

 

Parliamo di un progetto che ha saputo unire:

- performance live fortissima,

- brani capaci di entrare nel pubblico mainstream (con certificazioni e successi internazionali),

- scelte strategiche e collaborazioni di peso.

 

Ed è questo il punto: quando un manager funziona, non “trova serate”.
Costruisce un sistema in cui le serate arrivano perché il progetto ha senso.

 

 

Quindi: quando ha davvero senso cercare un manager?

 

Se ti riconosci in queste condizioni, sei più vicino di quanto pensi:

- Hai un’identità sonora chiara (non “suono bene”, ma “sono riconoscibile”).

- Hai consistenza: uscite, contenuti, DJ set, presenza, continuità.

- Hai numeri leggibili (anche piccoli, ma coerenti e in crescita).

- Hai una visione: dove vuoi stare tra 12-24 mesi, con che target e che immagine.

- Sei pronto a lavorare in team: feedback, strategia, disciplina.

 

Se invece stai solo cercando “qualcuno che ti faccia suonare”, forse la priorità è un’altra: rendere il progetto così forte da diventare inevitabile.

 

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